La
storia di Bill
L'atmosfera
di guerra era febbrile in quella città della Nuova Inghilterra dove noi,
giovani ufficiali di Plattsburg, eravamo
acquartierati. Ci sentivamo lusingati quando i notabili del luogo ci
invitavano a casa loro, dandoci l'impressione di essere degli eroi. Amore,
applausi, guerra: momenti sublimi intervallati da pause di ore liete.
Finalmente mi ero lanciato nella vita e, nel bel mezzo delleccitazione
generale, scoprii l'alcol, dimenticando i severi avvertimenti e le riserve dei
miei genitori a proposito del bere. Al momento stabilito, ci imbarcammo per Laggiù.
Mi sentivo terribilmente solo, e ancora una volta ricorsi all'alcol.
Sbarcammo
in Inghilterra. Visitai la cattedrale di Winchester. Emozionato, mi aggiravo
nei dintorni. Un epitaffio su una vecchia pietra sepolcrale attir la mia
attenzione. Vi si leggeva:
Qui
riposa un granatiere dell'Hampshire
che
colse al volo la morte
bevendo
della piccola e fredda birra.
Non
si dimentica mai un buon soldato,
che
muoia ucciso dal moschetto
o dal boccale.
Sinistro
avvertimento che, purtroppo, non presi sul serio.
A
ventidue anni tornai finalmente a casa mia, reduce da una guerra straniera.
Credevo di avere la stoffa di un capo; gli uomini della mia batteria non mi
avevano forse dato un riconoscimento speciale? La mia attitudine a comandare, pensavo, mi avrebbe portato alla guida di
grandi aziende che avrei amministrato con la più completa sicurezza.
Seguii dei corsi serali di diritto e trovai un posto come
investigatore per una compagnia assicurativa. La corsa verso il successo era
cominciata. Avrei potuto provare a tutti che ero qualcuno. Il mio lavoro mi
condusse a Wall Street e a poco a poco mi interessai
al mercato azionario. Molte persone vi avevano perso del denaro ma molte altre
si erano arricchite. Perché non io? Così studiai economia politica e finanziaria,
oltre al diritto. Alcolista potenziale qual ero, stavo quasi per fallire nel
corso di diritto; durante uno degli ultimi esami ero troppo ubriaco per
riuscire a scrivere o a pensare. Anche se non bevevo ancora di continuo, mia moglie
cominciava a preoccuparsi. Facevamo delle lunghe conversazioni durante le
quali cercavo di calmare le sue paure, dicendole che l'alcol aveva ispirato
agli uomini di genio i più bei progetti, ai filosofi i più sublimi sistemi di
pensiero.
Al momento in cui terminai il corso, sapevo che la mia
professione non era il diritto. Ero preso dal turbine affascinante della
Borsa. Gli speculatori e gli uomini daffari erano diventati i miei eroi. Con
questa miscela di alcol e di speculazione, cominciai a forgiare l'arma che un
giorno doveva rivoltarsi contro di me come un boomerang e che doveva lacerami
profondamente. Vivendo modestamente, mia moglie e io avevamo risparmiato 1.000
dollari. Mi buttai su certe obbligazioni che acquistai a buon mercato e che
erano poco apprezzate. Avevo giustamente immaginato che un giorno avrebbero
raggiunto un valore elevato. Non ero riuscito a persuadere i miei amici, agenti
di Borsa, a mandarmi a visitare le grandi imprese e le loro amministrazioni,
tuttavia io e mia moglie decidemmo di andarci lo stesso. Mi ero costruito una
teoria secondo la quale la gente perdeva i soldi in Borsa perché non conosceva
l'andamento del mercato. Pi§ tardi ho scoperto molte altre ragioni.
Lasciammo tutto e ci avviammo in motocicletta, con il sidecar
carico di coperte, di una tenda, dei nostri abiti e di tre grossi volumi
dell'annuario delle finanze. I nostri amici ci giudicarono completamente pazzi.
Forse avevano ragione. Avevo azzeccato qualche speculazione sicché avevo del
denaro, tuttavia dovemmo lavorare per circa un mese in una fattoria per non
consumare il nostro gruzzolo. Fu quello il mio ultimo lavoro manuale onesto per
molto tempo. In un anno attraversammo tutta la parte orientale degli Stati Uniti.
Al termine di quel periodo, la relazione che feci a Wall
Street mi procurò un posto e la possibilità di usare un grosso conto spese.
Feci un'altra felice transazione con la quale guadagnai altro denaro al
punto che nel corso di quellìanno avevamo a disposizione parecchie migliaia di
dollari.
Per qualche anno la fortuna
profuse soldi e successo sul mio cammino. Ero arrivato. Il mio intuito e le mie
idee avevano un seguito e influenzavano mercati dove si maneggiavano milioni
di dollari in valori. La grande ondata di prosperità dal 1925 al 1929 era al
suo acme. Lalcol occupava una parte importante e piacevole nella mia vita. Si
parlava a voce alta, il jazz sullo sfondo, nei locali dei quartieri alti; tutti
spendevano migliaia di dollari e parlavano in termini di milioni. Chi voleva
farsi beffe di me poteva andare al diavolo! Mi ero fatto un gran numero di
amici dei tempi buoni.
Mi
misi a bere ancora di pi, praticamente giorno e notte. I rimproveri dei miei
amici sfociarono in liti e così mi ritrovai solo come un cane. Accaddero più
volte delle scenate nel nostro sontuoso appartamento. Non avevo commesso
nessuna infedeltà nei riguardi di mia moglie, perché la mia lealtà, aiutata
qualche volta da un'estrema ubriachezza, mi aveva tenuto lontano da simili
pasticci.
Nel 1929, fui preso dalla febbre del golf. Partimmo d'improvviso per la campagna, mia moglie era lì per applaudirmi quando avessi battuto Walter Hagen: l'alcol mi vinse prima che io potessi affrontare Walter. Cominciavo a sentirmi male al mattino e a tremare. Il golf mi permetteva di bere sia durante il giorno sia di notte. Provavo un immenso piacere a colpire la palla su quel prato così curato che mi aveva messo tanta soggezione quando ero giovane. Presi quell'abbronzatura impeccabile che si nota sul volto della gente perbene. Il banchiere del luogo mi guardava con divertito scetticismo ogni volta che versavo o ritiravo dei grossi assegni.
All'improvviso,
nellottobre del 1929, si scatenò linferno sulla Borsa di New York. Alla fine
di una di queste giornate tremende uscii dal bar dell'albergo per andare
nell'ufficio di un'agenzia commerciale. Erano le otto, cinque ore dopo la
chiusura del mercato. Il telegrafo trasmetteva ancora. I miei occhi erano fissi
su una strisciolina della trasmittente che portava scritto XYZ-32. Quella
stessa mattina era a 52. Ero rovinato, come molti dei miei amici. I giornali
riportavano la cronaca di suicidi di uomini dell'alta finanza; ero disgustato,
io non mi sarei dato per vinto. Ritornai al bar. I miei amici avevano perso
parecchi milioni in dieci ore: e allora? L'indomani era un altro giorno. Mentre
bevevo, mi tornò la vecchia, forte determinazione di vincere.
Il
giorno dopo, in mattinata, telefonai a un mio amico di Montreal. Aveva ancora
molto denaro e mi suggerì che sarebbe stato meglio per me andare in Canada. La
primavera successiva vivevamo con la stessa sicurezza e larghezza di prima. Mi
sentivo come Napoleone che ritorna dallisola d'Elba: per me niente Sant'Elena!
Ma l'alcol mi riprese ancora e il mio generoso amico dovette pregarmi di
andare via. Questa volta era la miseria per davvero.
Andammo
a vivere presso i genitori di mia moglie. Trovai un lavoro, che poi persi in
seguito a un litigio con un autista di taxi. Fortunatamente nessuno poteva
prevedere che sarei rimasto senza impiego per cinque anni e quasi mai stanco di
bere. Mia moglie accettò un posto in un grande magazzino,
ritornava
la sera e mi trovava ubriaco. Ero diventato un fastidioso frequentatore di
uffici e di agenzie finanziarie.
L'alcol
non era più un lusso, era diventato una necessità. Il gin di bassa qualità, due
bottiglie al giorno e forse tre, era ormai un'abitudine. Qualche volta una
piccola transazione mi faceva guadagnare qualche centinaio di dollari coi quali
pagavo i debiti al bar e ai ristoranti. Questo si ripeteva continuamente; poi
ho cominciato a svegliarmi presto al mattino, tremando violentemente dalla
testa ai piedi. Dovevo bere un bicchierino di gin e una mezza dozzina di
bottiglie di birra prima di poter mangiare. Malgrado tutto, credevo ancora di
dominare la situazione e alcuni periodi di astinenza dal bere ridavano speranza
a mia moglie.
A
poco a poco le cose peggioravano. La casa ci fu portata via dai creditori, mia
suocera era morta, mia moglie e mio suocero si ammalarono.
Poi
mi si presentò un affare promettente. Le azioni erano calate al punto più basso
del 1932 e io ero riuscito in qualche modo a trovare alcuni compratori. Ne
avrei ricavato un buon guadagno ma proprio allora presi una sbornia spaventosa
e così svanì ogni speranza di fortuna.
Bisognava
che smettessi di bere. Mi resi conto che non potevo permettermi di bere neppure
un solo bicchiere. Era finita. Prima di allora avevo messo per iscritto una
quantità di belle promesse, ma questa volta mia moglie si accorse, tutta
felice, che ero deciso. E lo ero.
Qualche
giorno dopo tornai a casa ubriaco fradicio: non avevo neanche lottato. Dov'era
andato a finire il mio fermo proposito? Non lo sapevo. Non mi era neanche
passato per la testa. Qualcuno mi aveva offerto un bicchiere e io avevo bevuto.
Ero impazzito? Cominciavo a domandarmelo seriamente.
Presi ancora la stessa decisione e
tentai di nuovo. Passò qualche tempo e la mia sicurezza cominciò a diventare
eccessiva. Potevo passare davanti alle distillerie di gin e riderne! Mi
sembrava un sogno.
Un
giorno, entrai in un caffè per telefonare. Qualche minuto dopo davo dei pugni
sul bancone, chiedendomi come fosse successo. Mentre il whisky arrivava alla
testa, mi dicevo che mi sarei comportato meglio la prossima volta e che tanto
valeva, ora, bere a sazietà. E' ciò che feci.
Non
riuscirò mai a dimenticare il rimorso, l'orrore e la disperazione del mattino
seguente. Non avevo più il coraggio di combattere. Ero completamente sbigottito
e avevo la sensazione terribile di una disgrazia incombente. Non osavo neppure
attraversare la strada per la paura di essere investito da qualche camion che
circolava alle prime ore del mattino, quando era quasi buio. Un ristorante,
aperto giorno e notte, mi dette loccasione di bere una dozzina di bicchieri di
birra. I miei nervi irritati finirono per calmarsi. Un giornale del mattino
m'informò che c'era stato ancora un crollo in Borsa: anch'io ero crollato. Il
mercato si sarebbe ristabilito, io no. Questo pensiero era insopportabile.
Dovevo uccidermi? No, non ora. Poi una specie di nebbia mi scese addosso: il
gin avrebbe saputo come liquidarla. Due bottiglie... poi l'oblio.
La
mente e il corpo sono dei meccanismi meravigliosi, perché i miei hanno
sopportato quest'agonia per altri due anni. Qualche volta rubavo i soldi a mia
moglie quando avvertivo il terrore e la follia che si provano al risveglio. Di
nuovo vacillavo, tutto intontito, davanti a una finestra aperta o davanti
all'armadio dei medicinali dove si trovava del veleno, maledicendomi per la mia
debolezza. Poi venne la fuga dalla città alla campagna. E la fuga dalla
campagna verso la città, quando mia moglie e io cercavamo una soluzione. In
seguito è venuta la notte della tortura mentale e fisica; un tale inferno che
temetti di gettarmi dalla finestra. Riuscii in qualche modo a trascinare il
materasso al piano di sotto nel timore di gettarmi giù all'improvviso. Il
medico mi somministrò un potente sedativo. Il giorno seguente mi ritrovai a
bere gin e sedativi; questa combinazione mi portò a un punto critico tanto che
la gente temette per la mia ragione, e anch'io. Non riuscivo a mangiare quasi
nulla quando bevevo e il mio peso era sceso diciotto chili al di sotto del
normale.
Mio
cognato è medico e grazie alla sua bontà e a quella di mia madre, fui
ricoverato in un famoso ospedale dove si riabilitano mentalmente e fisicamente
gli alcolizzati. Dopo il cosiddetto trattamento alla belladonna il mio cervello
si schiarì. L'idroterapia e alcuni esercizi mi aiutarono molto, ma la cosa più
importante fu il conoscere un medico molto gentile che mi spiegò che ero stato
seriamente ammalato fisicamente e mentalmente, anche se la malattia era dovuta
in parte al mio egoismo e alla mia stupidità.
Mi
consolò un poco l'apprendere che negli alcolisti la volontà di combattere il
liquore è straordinariamente debole, anche se essa si dimostra ferma per altre
cose. Questo spiegava il mio incredibile comportamento nei confronti del desiderio
disperato che avevo di smettere di bere. Ora che avevo capito me stesso,
lasciavo lospedale pieno di speranza. Durante tre o quattro mesi questa
speranza si mantenne viva. Andavo in città regolarmente e guadagnavo perfino un
po di soldi. Certamente questa era la soluzione: la conoscenza di sè.s.
Ma
non era vero, perché giunse il giorno spaventoso in cui ripresi a bere. La mia
salute fisica e morale, già in declino, crollò. Qualche tempo dopo tornai in
ospedale. Era la fine, mi pareva che il sipario fosse calato. Mia moglie,
estenuata e disperata, seppe che tutto sarebbe finito con un collasso cardiaco
durante il delirium tremens oppure che il mio cervello si sarebbe spappolato,
probabilmente entro l'anno. Ben presto le sarebbe toccato di portarmi al
cimitero o al manicomio.
Non
era necessario che qualcuno me lo dicesse. Lo sapevo e ne ero quasi felice. Fu
un colpo durissimo per il mio orgoglio; io che avevo pensato tanto bene di me,
dei miei talenti, della mia abilità nel superare tutti gli ostacoli, ero alla
fine sconfitto. Ora me ne andavo verso l'ignoto a raggiungere quell'immensa
schiera di ubriachi che mi avevano preceduto. Pensavo alla mia povera moglie.
Eravamo stati felici, dopo tutto. Cosa non avrei dato per correggermi! Ma era
troppo tardi.
Non
ci sono parole per descrivere la solitudine e la disperazione che provai in
questo pantano di autocommiserazione. Ero attorniato da sabbie mobili. Erano
più forti di me, ero vinto, l'alcol era il mio tiranno.
Uscii
dall'ospedale tremante e ridotto a pezzi. La paura mi impedì di bere per
qualche tempo. Poi venne la follia insidiosa di quel primo bicchiere e durante
la festa del "Giorno dell'Armistizio" dell'anno 1934 ripresi a bere. Tutti si
rassegnarono all'idea che fosse necessario internarmi da qualche parte e che
avrei fatto una fine miserevole. Com'è buio, prima dell'aurora! In verità era
linizio della mia ultima sbronza. Stavo per essere catapultato, di lì a poco,
in quella che a me piace chiamare la quarta dimensione dell'esistenza. Stavo
per conoscere la felicità, la pace, la mia ragione d'esistere in un modo di
vivere che, è incredibile, stava diventando sempre più meraviglioso.
Verso
la fine di quel triste novembre, me ne stavo seduto in cucina e bevevo;
pensavo, con una certa soddisfazione, che avevo del gin nascosto un po
dovunque in casa, sufficiente per tutta la notte e l'indomani. Mia moglie era
al lavoro. Mi chiedevo se avrei avuto il coraggio di nascondere una bottiglia
di gin vicino alla testiera del letto: ne avrei avuto bisogno prima che facesse
giorno.
Il
mio fantasticare fu interrotto dallo squillare del telefono. Era la voce cara
di un amico di collegio, che mi chiedeva se poteva venire. Era sobrio:
da molti anni non lo ricordavo a New York così. Caddi dalle nuvole. Mi era
stato detto che era stato ricoverato, su istanza del tribunale, per follia
alcolica e mi chiedevo come avesse potuto uscirne. Beninteso, avrebbe mangiato
con me e io avrei potuto bere senza timore con lui. Senza preoccuparmi del suo
attuale benessere, non pensavo che a ritrovare lo spirito di altri giorni: una
volta avevamo noleggiato un aereo per far baldoria! Il suo arrivo era come
un'oasi in questo triste deserto di futilità. Un'oasi: la parola giusta! Ecco
come sono i bevitori.
La
porta si aprì ed egli era lì, ben rasato e raggiante. C'era qualcosa nei suoi
occhi, era inspiegabilmente diverso. Che cosa era successo?
Gli
porsi un bicchiere e lui lo rifiutò. Deluso, ma incuriosito, mi domandavo che
cosa gli fosse capitato. Non era più lui.
Allora,
che cosa è successo?, gli chiesi.
Mi
guardò dritto negli occhi; con semplicità, ma sorridendo, disse: Ho trovato
la fede.
Ero
confuso. Era dunque così: l'estate scorsa era pazzo per l'alcol, ora, sembrava
pazzo per la religione. Aveva proprio quello sguardo che brilla. Sì, il mio
vecchio compagno era proprio infervorato. Dio lo benedica, che predicasse pure!
D'altra parte il mio gin sarebbe durato più a lungo del suo sermone. Ma non mi
fece nessuna predica. In modo calmo mi raccontò che due persone si erano
presentate al tribunale e avevano persuaso il giudice a sospendere la sentenza.
Gli avevano parlato di un'idea religiosa semplicissima e di un programma di
azione pratica. Erano passati due mesi da quel giorno e i risultati si vedevano
a occhio nudo. Funzionava!
Era venuto a raccontarmi la sua esperienza, sempre che
volessi ascoltarlo. Ero sconvolto ma interessato: ero interessato veramente.
Non potevo non esserlo perché non avevo pi speranza.
Parlò per delle ore. Mi balzarono in mente i ricordi
d'infanzia. Mi sembrava quasi di udire la voce tranquilla del predicatore che
ascoltavo la domenica, seduto sul pendio della collina; rivedevo il tesserino
con i fioretti da segnare e che non avevo mai segnato; lo sdegno pieno di
bonarietà di mio nonno verso certi fedeli e verso certe loro azioni; la sua
insistenza sul fatto che gli astri hanno veramente la loro armonia, ma lui
negava al predicatore il diritto d'imporgli il suo modo di ascoltare
quest'armonia; non aveva nessuna paura di parlare di ciò anche quando stava
per morire. Questi ricordi emergevano dal passato. Un nodo mi chiudeva la
gola.
Quel giorno del tempo di guerra, quando visitai la cattedrale
di Winchester, mi tornò in mente ancora una volta.
Avevo sempre creduto in un
Potere superiore a me stesso e ci avevo spesso pensato; non ero un ateo. Poche
persone lo sono per davvero, perché ciò comporta una fede cieca nella strana
asserzione che questo universo è venuto dal nulla e, senza uno scopo, va verso
il nulla. I miei eroi dell'intelligenza - gli
studiosi di chimica, di astronomia e perfino gli evoluzionisti - facevano
intravedere la presenza operosa di forze e di leggi mirabili. Malgrado gli
indizi contrari ero quasi certo che, in fondo a tutto, ci fossero un preciso
proposito e un equilibrio straordinario. Come avrebbe potuto esserci una legge
cos precisa e immutabile senza intelligenza? Non mi restava che credere
semplicemente in uno Spirito Universale senza tempo né limiti. Non andavo più
in là di questo.
Era
a questo punto che mi separavo dai ministri e dalle religioni del mondo. Quando
essi parlavano di un Dio che si occupava di me, che era amore, forza
soprannaturale e provvidenza, ne restavo irritato e chiudevo il mio spirito a
simili ipotesi.
Concedevo a Cristo di essere stato un
grande uomo, che i discepoli non avevano fedelmente seguito. Il suo insegnamento
morale: eccellente. Per quel che mi riguardava, avevo accettato ciò che mi
sembrava conveniente e non troppo difficile; il resto, lo avevo rifiutato.
Ero
disgustato nel constatare come le dispute religiose avessero prodotto guerre e
avessero sconvolto società. A ben considerare le cose, dubitavo onestamente che
le religioni dell'umanità avessero fatto del bene. Se dovevo trarre delle
deduzioni da ciò che avevo visto in Europa e altrove, l'autorità di Dio sulle
cose umane mi sembrava del tutto trascurabile e la Fraternità Umana una
tragica farsa. Se da qualche parte c'era un Diavolo, sembrava essere il Padrone
del Mondo e lo era certamente di me.
Ma
il mio amico, seduto davanti a me, mi dichiarò di punto in bianco che Dio
aveva fatto per lui ciò che lui non aveva potuto fare per se stesso. La sua
volontà umana aveva fallito. I medici lo avevano definito incurabile. La
società civile stava per rinchiuderlo. Come me egli aveva ammesso la sua
disfatta completa. Proprio allora, effettivamente, era stato resuscitato dai
morti, sollevato improvvisamente dal suo squallore a un livello di vita migliore
di quanto non avesse mai avuto!
Questo
potere proveniva da lui? Evidentemente, no. Non aveva mai posseduto un potere
maggiore di quello che avevo io in quel momento, cioè nessuno.
Tutto
ciò mi sconvolgeva. Cominciavo a credere che le persone religiose avessero
ragione, dopo tutto. Avevo di fronte a me qualcosa che in un cuore umano aveva
realizzato l'impossibile. Di colpo, dovetti rivedere le mie idee a proposito
dei miracoli. Poco importava il passato ammuffito, avevo un miracolo vivente
davanti a me, dall'altra parte della tavola, che mi sbatteva in faccia cose
straordinarie.
Vidi
che il mio amico era molto più che soltanto cambiato nell'intimo: viveva in
una dimensione diversa.
Malgrado
il suo esempio vivente, mi restavano ancora tracce dei vecchi pregiudizi. La
parola Dio suscitava dentro di me ancora una certa antipatia. Questo
sentimento diventava più forte quando pensavo che potesse esserci un Dio che
si occupasse della mia persona. Non amavo questa idea. Potevo accettare certe
concezioni come quella dell'Intelligenza Creatrice, dello Spirito Universale o
dello Spirito della Natura ma mi opponevo all'idea di uno Zar dei Cieli, per
quanto amabile potesse essere il Suo dominio. Ho incontrato in seguito molti
uomini che provavano lo stesso sentimento.
Il
mio amico suggerì ciò che allora sembrava un'idea nuova.
Egli disse: Perché non scegli la tua concezione di Dio?.
Questa
dichiarazione mi andò dritta al cuore. Fece sciogliere la montagna di ghiaccio
intellettuale all'ombra della quale ero vissuto e avevo tremato per moltissimi
anni. Ero finalmente in piedi, alla luce del sole.
Si
trattava soltanto di essere disposto a credere in un Potere più grande di me.
Non dovevo fare di più per cominciare. Capii che la crescita
poteva partire da questo punto. Sulla base di una solida volontà, potevo
costruire anch'io ciò che vedevo nel mio amico. Lo volevo? Sicuro che lo
volevo!
E' in questo modo che ho acquistato la convinzione che Dio si occupa di noi
uomini, quando lo desideriamo con tutto il cuore. Finalmente vedevo, sentivo,
credevo. I veli dell'orgoglio e dei pregiudizi caddero dai miei occhi e mi
apparve un nuovo mondo.
Il
vero significato della mia esperienza nella Cattedrale brillò nel mio spirito.
Per un breve attimo avevo avuto bisogno di Dio e lavevo desiderato. Avevo
umilmente voluto Dio con me ed Egli era venuto. Ma ben presto il senso della
Sua presenza era stato soffocato dalle mille voci del mondo, soprattutto da
quelle che erano in me: e da allora era sempre stato così. Come ero stato
cieco!
All'ospedale
mi separai dall'alcol per l'ultima volta. Sembrava opportuno sottopormi a
delle cure, perché mostravo dei chiari segni di delirium tremens. Là mi sono
offerto umilmente a Dio, come Lo potevo concepire allora, perché facesse di me
ciò che voleva. Mi sono messo senza alcuna riserva sotto le Sue cure e la Sua
direzione. Per la prima volta ho ammesso che da me stesso non valevo nulla:
che senza di Lui ero perduto. Mi sono messo spietatamente davanti ai miei
peccati e ho cominciato a volere che il mio nuovo Amico li cancellasse completamente.
Da allora non ho preso mai più un bicchiere di alcol.
Il
mio compagno di scuola veniva a trovarmi e io lo mettevo al corrente di tutti
i miei problemi e di tutte le mie miserie. Facemmo una lista di tutte le
persone che avevo in qualche modo ferito o verso le quali nutrivo rancore. Mi
dichiarai completamente disposto a incontrarle una per una e ad ammettere i
miei torti. Non dovevo mai più criticarle. Dovevo fare tutto questo nel modo
migliore possibile.
Dovevo
verificare il mio modo di pensare alla luce della nuova presa di coscienza di
Dio. Il senso comune sarebbe diventato così un senso al di fuori
dell'ordinario. Nel dubbio, avrei dovuto aspettare serenamente, domandando
solo consiglio e forza per regolare i miei problemi secondo la Sua volontà. Non
avrei mai più dovuto pregare per me stesso, tranne che per domandare di
diventare più utile al mio prossimo. Allora soltanto potevo aspettarmi di
essere esaudito, ma questo sarebbe spesso accaduto.
Il
mio amico mi promise che quando avessi fatto tutto ciò, un nuovo rapporto si
sarebbe stabilito con il mio Creatore; che avrei posseduto i principi di un
modo di vivere che avrebbe risolto tutti i miei problemi. Ciò che era essenziale
era la fede nella potenza di Dio e una sufficiente dose di buona volontà, di
onestà e di umiltà per consolidare e mantenere questo nuovo orientamento di
vita.
Semplice, ma non facile; bisognava
pagarne il prezzo, cioè la distruzione dell'egocentrismo. Dovevo abbandonare
tutto al Padre della Luce che ci governa tutti.
Queste
affermazioni erano rigorose e rivoluzionarie, ma quando le ho accettate in
pieno, l'effetto è stato istantaneo. Provai un'impressione di vittoria, seguita
da una pace e da una serenità che non avevo mai conosciuto. Fu una sicurezza
completa. Mi sentivo sollevato, come se fossi stato investito dall'aria
tonificante delle alte cime dei monti. Alla maggior parte degli uomini Dio si
manifesta a poco a poco, ma il Suo impatto con me fu improvviso e profondo.
Agli
inizi, provavo dei timori e ho chiamato il mio amico medico, per domandargli se
ero ancora sano di mente. Ascoltò con meraviglia ciò che gli raccontavo.
Finalmente,
scrollando il capo, mi disse: Ti è capitato qualcosa che non capisco. Ma fai
bene ad aggrappartici. Qualsiasi cosa è meglio di
come eri prima. Quel buon medico vede ora molte persone che hanno delle
esperienze simili e ora sa che non si tratta di fantasticherie.
Quando
ero all'ospedale, mi è accaduto di pensare che cerano migliaia di alcolisti
disperati che forse sarebbero stati ben lieti di ricevere ciò che mi era stato
regalato con tanta generosità. Forse potevo aiutarne alcuni. A loro volta,
quelli potevano aiutarne degli altri.
Il
mio amico aveva insistito sull'assoluta necessità di mettere in pratica questi
principi in tutti gli aspetti della mia vita. Era soprattutto necessario
tentare di aiutare altri alcolisti, come lui aveva fatto con me. La fede senza
le opere è morta, diceva. Se ciò è vero, lo è doppiamente per gli alcolisti!
Perché se un alcolista cessa di diventare migliore e di crescere nella sua vita
spirituale con il lavoro e la dedizione verso gli altri, non riuscirà a passare
attraverso le prove e le sicure depressioni che lo attendono. Se non si impegna
in questa crescita interiore, si metterà sicuramente ancora a bere e se egli
beve morirà certamente. Allora, la fede sarà morta davvero. Per noi, è così.
Mia moglie e io ci siamo gettati con entusiasmo sull'idea
di aiutare altri alcolisti a risolvere le loro difficoltà. Fu un'ottima cosa,
perché i miei compagni di affari di un tempo rimasero scettici nei miei
confronti per un anno e mezzo e durante questo tempo non riuscii a trovare
lavoro. Non stavo troppo bene e subivo l'assalto di ondate di
autocommiserazione e risentimento. Tutto ciò mi portò quasi a ricadere
nell'alcol, ma scoprii presto che, quando tutti gli altri mezzi non riuscivano,
aiutare un altro alcolista salvava la situazione per quel giorno. Molte volte
sono ritornato all'ospedale disperato ma, parlando con qualche alcolista, mi
ritrovavo meravigliosamente risollevato e rimesso in piedi. E' un modo di vita
che aiuta ad affrontare le situazioni difficili.
Abbiamo
cominciato a farci un gran numero di veri amici e tra noi si è formata una
fratellanza della quale è meraviglioso sentirsi parte. La gioia di vivere la
possediamo realmente anche nelle prove e nelle difficoltà. Ho visto centinaia
di famiglie prendere il cammino che veramente conduce a una meta; ho visto
ricomporsi situazioni familiari realmente disperate; ho visto cancellarsi
inimicizie e rancori di ogni sorta. Ho visto uomini uscire da ospedali
psichiatrici e riprendere un posto importante nella vita della loro famiglia e
del loro ambiente sociale. Uomini d'affari e dei professionisti hanno
recuperato il loro rango sociale di una volta. Raramente abbiamo incontrato
qualche difficoltà o problema tra noi che non sia stato facilmente superato.
In una città dell'ovest e dintorni ci sono mille amici con le loro rispettive
famiglie. Ci ritroviamo spesso in modo tale che i nuovi venuti possano trovare
la fratellanza che cercano. A queste riunioni informali si possono spesso
vedere dalle cinquanta alle duecento persone. Cresciamo di numero e
d'importanza.
Un
alcolizzato sempre ubriaco non è un essere amabile. I nostri sforzi per aiutare
questi malati sono a volte ardui, comici o magari tragici. Un povero ragazzo
si è suicidato in casa mia; non poteva o non voleva capire il nostro stile di
vita.
In
quello che noi facciamo c'è una grande gioia. Suppongo che alcuni resterebbero
scandalizzati dalla nostra frivolezza e leggerezza che sono solo apparenti.
Ma, proprio dietro questa facciata, c'è per noi una questione seria di vita o
di morte. La fede deve essere attiva ventiquattr'ore
su ventiquattro in noi e attraverso di noi, altrimenti periamo.
Quasi
tutti noi pensiamo che non abbiamo più bisogno di cercare lUtopia. L'abbiamo a
portata di mano qui e ora. Ogni giorno quella semplice conversazione del mio
amico nella nostra cucina si spande e si moltiplica in un cerchio sempre più
grande di pace sulla terra e di buona volontà verso gli uomini.
Bill
W., cofondatore di A.A., è morto il 24 gennaio 1971.